Sardegna: tra dune e miniere – pt 1

La stagione estiva qui in Sardegna è terminata da un pò, ma non per questo si deve smettere di viaggiare. Io, guida turistica, per passione e per lavoro, vi porterò un pò in giro alla scoperta della mia isola!

Un viaggio alla scoperta della Sardegna meno esplorata, una chicca scoperta da me e Giulia, la mia compagna di viaggio. Questo nostro viaggio inizia dal ponte di Marceddì. Subito dopo passato il borgo di pescatori, per seguire lungo la costa ovest sarda, si deve attraversare un ponte di appena 800mt. Lo scorcio è abbastanza suggestivo perché si trova tra mare e laguna, lo stagno di Marceddì, conosciuto per l’allevamento di arselle, ed un’ampia biodiversità faunistica. Percorrendo il ponte si ha subito paura di non aver lo spazio per passare, ed in effetti ho avuto un po’ di problemi a stare tranquilla mentre guidavo, ma malgrado i dubbi si attraversa senza difficoltà.

La strada dopo il ponte prosegue scorrevole e si arrampica su per i rilievi. Qualche chilometro di curve per poi salire sul promontorio di Torre dei Corsari. Superato il paese si apre uno degli scorci più belli di questa costa: le montagne verdeggianti di macchia mediterranea incontrano le dune di sabbia dorata, bagnate da un mare azzurro intenso. Il luogo è chiamato così per la presenza di una torre d’epoca di dominazione aragonese  (sec. XVI- XVII) che venne utilizzata per gli avvistamenti dei pirati saraceni e per prevenire le loro incursioni. La torre, oltre ad essere un’importante testimonianza del passato sardo, si affaccia su più di un chilometro di spiaggia denominata sabbie d’oro. Dune grandissime, bellissime, dove anche durante l’alta stagione non è difficile trovare posto, ma il mio consiglio spassionato è quello di godersele a settembre ed immaginare di essere sperduti in qualche deserto del mondo.

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Dopo una sosta obbligatoria in questa spiaggia che lascia a bocca aperta, il viaggio continua verso uno dei deserti meno conosciuti, quello di Piscinas. Lungo il percorso costiero, che è anche quello più veloce per proseguire la scoperta della Costa Verde, arriviamo, dopo vari chilometri di montagne, di fronte alle prime dune di sabbia. Tanta sabbia che a momenti l’asfalto lascia lo spazio alle dune. Dopo le prime dune, la strada inizia a scendere per arrivare al primo fiumiciattolo. Un primo fiume che ostacola il nostro percorso. Inchiodo. Scendo dalla macchina, controllo. Questo è il Rio Rosso di Piscinas. Varie macchine mi sorpassano, alcune guadano il fiume, altre cercano percorsi improbabili, ma tutti vogliamo la stessa cosa: arrivare alle fantastiche dune di Piscinas. Vogliamo vedere con i nostri occhi il deserto sardo! Allora dopo aver chiesto a vari passanti, ma soprattutto dopo aver chiesto a qualcuno che sembra del posto, con macchina targata Oristano e che guida con una velocità che infonde sicurezza, decidiamo di guadare il fiume. La comicità del fatto è che dopo vari chilometri tra dune e strada sterrata incrociamo un secondo fiume, anche lui da guadare. Questa volta più profondo. In entrambi i casi il colore dell’acqua tende al rossiccio, il che già ci conferma l’alta presenza di ferro e minerali nella zona. Inchiodo anche qui. Osservo il fiume. Fino a quando un’audi mi supera a tutta velocità, inchiodando proprio di fronte al fiume. Macchina rigorosamente targata D. Il conducente scende dall’auto, controlla il fiume, studia la situazione e ci dice che il fiume è troppo “deep”. Lì, a quella parola prendo coraggio e decido di superare la macchina. Una volta superata non posso più tornare indietro, allora guado il fiume, in prima, velocità costante ed il fiume è alle nostre spalle! Possiamo finalmente continuare ancora qualche chilometro di sterrata ed arriviamo finalmente alle dune!

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Quasi due chilometri di dune che rientrano tra le più alte d’Europa con 100 metri di altezza. Un luogo unico in Sardegna per le sue caratteristiche naturalistiche, che lo rendono anche prescelto dal cervo sardo e dalle tartarughe per deporre le uova, meta oggi di surfisti dovuto al vento che modella i lentischi e i ginepri, ma unico anche per la sua storia. Da questo tratto di costa infatti partivano i minerali estratti, che in viaggio verso la penisola dovevano essere prima trasportati con piccole imbarcazioni fino all’isola di San Pietro, meglio conosciuta Carloforte. I minerali erano trasportati fino a qui su una piccola ferrovia, che potete vedere ancora oggi sulla spiaggia, ed arrivavano dalle miniere di Ingortosu e di Gennamari. Sul percorso dalla spiaggia all’entroterra, infatti, è ancora possibile vedere la laveria Brassey del 1900, il pozzo Gal, un pozzo minerario che è stato trasformato in museo della vita dei minatori, e poi il paese di Ingortosu. Questo paese, nato a metà del XIX secolo includeva tutte le strutture necessarie per lo sviluppo, tra cui un ospedale, la posta, uno spaccio, una chiesa, un cimitero ed addirittura un castello in stile neomedievale per la direzione. Sebbene nel miglior momento d’attività della miniera, agli inizi del XX secolo, il paesino contava quasi 5000 abitanti, verso il secondo dopoguerra l’attività cominciò a diminuire e la miniera fu definitivamente chiusa nel ’68. Una ventina d’anni più tardi questo sito diventa un monumento di archeologia industriale e Parco Geominerario Storico. E nello stesso paese, nel 2011 si contavano ancora 9 abitanti. La cosa pazzesca però è guidare, passare a fianco a tutta questa storia che, all’improvviso è stata abbandonata. Quella parte di storia che ha terminato il suo ciclo, perché i motivi economici non rendevano più interessante quella zona, perché non era più vantaggioso. E se da una parte quei palazzoni abbandonati deturpano un’area naturale d’immensa bellezza, dall’altra l’arricchiscono di fascino e densità la sua storia.

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di Ezioman – flickr

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Per andare indietro nel passato di questi luoghi fantastici decidiamo di lasciare la costa, percorriamo l’entroterra minerario, o la prima parte di essa, per dirigerci verso un antico luogo, conosciuto come Tempio di Antas. E quindi inizia una seria dose di curve, di strade interessanti, come mi piace chiamarle. Prima Ingortosu, poi Gennamari, continuando per Fluminimaggiore e poi seguendo la strada verso Iglesias si arriva ad Antas. In queste strade il verde della vegetazione ti avvolge, ti ricarica. Arrivati ad Antas, le sensazioni aumentano. Una volta raggiunto il sito archeologico, seguendo un sentiero si arriva al Tempio. La sorpresa provocata dalla bellezza e unicità del luogo lasciano a bocca aperta. Quello che si vede a primo impatto è il recuperato tempio romano, che prende il nome dalla Valle dove si trova, ma dedicato alla divinità sarda Sardus Pater o Babay. Il tempio conserva ancora molto del suo aspetto originale. Nella prima parte, il pronao, le colonne calcaree che testimoniano lo stile romano con influenze locali e africane; nella parte centrale, la cella, parti del pavimento ricoperto di mosaico e nell’ultima parte, l’adyton, due vasche impermeabilizzate con intonaco per effettuare rituali di purificazione. In quest’ultima parte venne anche rinvenuto il dito di una statua bronzea raffigurante il Sardus Pater. Si spiegherebbe l’importanza del tempio con la presenza non troppo lontano di una città romana, Metalla, costruita per l’estrazione dei metalli, ma ahimè mai ritrovata. Certo è che, se i primi studi del sito (prima metà del XIX secolo) hanno mostrato la presenza di un tempio romano, sappiamo successivamente con i vari scavi che prima esisteva un tempio punico/cartaginese e ancora prima esisteva una necropoli nuragica, con un loro insediamento poco lontano. Il quesito si risolve brevemente, in qualsiasi periodo di storia la Valle di Antas ha rappresentato un importante luogo per l’estrazione di minerali e di conseguenza era centro di vita sociale e religiosa. Un altro fatto da considerare è che, la spiritualità presente già in epoca nuragica (XVIII- VIII sec. a.C) e la fede nel Sardus Pater o Babai era talmente forte e intrinseca nelle popolazioni locali che ancora ai tempi di Caracalla, quando venne restaurato, il tempio era dedicato alla divinità sarda. La necropoli nuragica si trova a qualche metro dal tempio romano che fu costruito sopra il tempio punico. Una stratificazione storica che ci testimonia ancora una volta come nulla si distrugga e tutto si trasformi, con il tempo, seguendo il suo percorso.

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Riempiti quindi gli occhi di bellezza, il nostro viaggio riparte verso la costa. A partire da Antas in realtà ci sarebbero altre due opzioni possibili. Una è la visita della grotta Su Mannau, dove archeologia e speleologia si intrecciano in un capolavoro che la natura continua a creare. Nella grotta furono infatti rinvenuti resti di epoca preistorica per i riti dell’acqua ed inoltre ci sono più di otto chilometri di lavoro carsico da scoprire, considerata una delle più belle d’Italia.  Un’altra opzione è quella di proseguire la strada dopo il Tempio di Antas ed arrivare ad Iglesias. La città interessante per il suo passato storico legato alla miniera, con un nome così curioso del quale tutti tentano di indovinare l’origine. Il primo posto in Sardegna dove nacque la scuola mineraria, istituto e museo oggi. Un luogo fortemente caratterizzato dal suo passato, l’arrivo degli aragonesi e poi dei piemontesi. Magari questo lo approfondiamo un’altra volta. Per noi si fa troppo tardi e dobbiamo proseguire verso la nostra meta, prima della notte: Buggerru. Chiamata in passato “la piccola Parigi”. Come molti raccontano, qui arrivarono le prime macchine dalla Francia. Tutto questo fervore perché qui i proprietari e i dirigenti dell’attività estrattiva erano francesi. L’alta società godeva quindi di ogni ben di Dio, mentre i minatori e le loro famiglie vivevano in condizioni di povertà estrema. Un fatto curioso di Buggerru è che, proprio qui, i minatori fecero il primo sciopero nel 1904, seguirono solo dopo gli scioperi generali in Italia. Un paese arroccato sui monti che incontrano il mare, all’epoca dell’estrazione la popolazione arrivava a 5000 abitanti, oggi solo a 1000. In alto vi si trovava la Galleria Henry (oggi museo) dalla quale vennero trasportate verso il mare tonnellate e tonnellate di zinco e piombo in un solo un secolo di estrazione, che si concluse definitivamente nel ’79.

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La movida notturna di questo piccolo centro sardo non risente però della lontananza con altri centri e d’estate l’afflusso turistico ripopola le strade di Buggerru. Anche noi, dopo aver visto tanto, iniziamo ad essere stanche. Ci siamo guadagnate una super cena e qui salta il consiglio della settimana. Se capitate a Buggerru non dovete assolutamente farvi scappare l’opportunità di cenare a La Baia da Tore! Locale spazioso all’interno con piccola verandina (quindi vi consiglio di prenotare se volete sedervi fuori), prodotti locali, freschi, squisiti e Tore, una persona eccezionale! Non potevamo chiudere meglio la nostra giornata. Terminata la cena ci dirigiamo qualche chilometro a sud di Buggerru per raggiungere la famosa Cala Domestica, abbiamo deciso di passare la notte in tenda, in un’area camper prima della spiaggia. Arriviamo tardi, probabilmente le undici, ma nonostante tutto, troviamo il guardiano dell’area che ci apre e ci fornisce tutte le informazioni necessarie. Arrivate giù ci accorgiamo che i telefoni non prendono. Un vero e proprio paradiso lontano da tutto e da tutti. Siamo stanche, ma eccitate perché ci aspetta un risveglio a sorpresa, e non vedo l’ora di raccontarvelo!

 

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