Work & Travel in Giappone: aspetti più o meno pratici

Ho parlato tanto delle mie varie esperienze in Giappone, dei posti che ho visitato, di ciò che ho fatto e di ciò che ho mangiato. Non ho mai parlato però di come io sia stata pragmaticamente capace di andare a vivere per ben due mesi dall’altra parte del mondo.

Al mio ritorno, non sono state poche le persone che col sorrisino beffardo di chi la sa lunga, alludevano al fatto che io non avessi fatto altro che farmi mantenere e “festeggiare” (spiegatemelo voi, per favore, cosa significa). In realtà, si fa fatica a realizzare quante opportunità noi giovani oggigiorno abbiamo. Non c’è bisogno di essere esperti, ricchi o dio solo sa cos’altro: abbiamo una marea di strumenti a disposizione per andare all’estero e fare delle esperienze di lavoro, di studio o di viaggio. Io, comunque, preferisco chiamarle esperienze di vita.

Fra i tanti altri, il sito Workaway mette in contatto Hosts e Workawayers. Gente del posto e volontari. Non chiamateli turisti, sono viaggiatori, ovvero gente che un posto lo vuole esplorare e conoscere a 360 gradi.

In che modo funziona Workaway e in generale il Work & Travel? Chi viaggia può aiutare la gente del posto in vari campi: insegnamento, lavoro domestico, agricoltura, assistenza ai bambini e agli anziani ecc. Si lavora per un massimo di 20 ore (è quindi più che fattibile) e si ha poi del tempo libero per esplorare la zona. In cambio, il volontario riceve vitto e alloggio (anche se la maggior parte degli hosts su Workaway offre solo alloggio) e un’opportunità unica.

È bene sottolineare che Workaway è una mera piattaforma di incontro. Non si stipula nessun contratto, né tanto meno si riceve un qualche tipo di assicurazione. Proprio per questo il primo ingrediente indispensabile è una buona dose di coraggio.

Io ho fatto due esperienze di questo tipo, ciascuna della durata di un mese. Il primo mese sono stata in un language cafe a Tokyo, in cui il mio compito era conversare con i clienti del bar che volevano praticare l’inglese. Il secondo mese invece ho insegnato inglese in una scuola privata ad Otsu. E, vi assicuro, per entrambe le esperienze, non avrei potuto trovare un modo migliore per conoscere i giapponesi e ascoltare le loro storie.

Secondo ingrediente fondamentale è il senso di adattamento. Se nel primo caso dovevo condividere la casa con 8 persone (con i conseguenti e più che immaginabili disagi), nel secondo caso, dovevo dormire sul futon, col mal di schiena che ne derivava, e con accanto un elmetto, che mi avrebbe protetta in caso di terremoto. Sempre ad Otsu, appena arrivata, nello spiegarmi il funzionamento della casa, il mio coinquilino mi ha detto testuali parole:

“quando vai via, se esci dalla parte sinistra c’è la vicina pazza che comincia ad urlare agli stranieri, perché secondo lei portiamo criminalità. A volte cerca di entrare in casa, ma tu stai tranquilla (WTF?!). Se invece esci dalla parte destra c’è un cane. E’ uguale ad Hachiko, ma non farti ingannare dalla sua apparente tenerezza. Abbaia come un forsennato e cerca di morderti, anche se è sempre legato”. Come dicevo, coraggio e senso di adattamento…

 

Il Giappone comunque è una meta ideale per chi fa un’esperienza del genere per la prima volta.

  • Non c’è bisogno di visto. Per un viaggio della durata massima di 90 giorni, è sufficiente un passaporto in corso di validità.
  • Il rischio di attentati o rapine è praticamente quasi pari a 0, cosa che lo rende uno dei paesi più sicuri al mondo.
  • Il Giappone non è così caro come si pensa, se si escludono gli efficientissimi trasporti. Occorre semplicemente organizzare bene il viaggio, ad esempio scegliendo di viaggiare con bus anziché con shinkansen (i cosiddetti “treni proiettile”).

 

Un consiglio è quello di cercare un’assicurazione viaggio, che copra anche eventuali spese mediche. Insomma, meglio prevenire che curare…ma se proprio bisogna curare, almeno non si paga un occhio della testa. Io ho stipulato un contratto di assicurazione con la mia banca in Germania, ma escludendo le banche, c’è davvero tanta scelta.

 

Con lo stesso budget sarei potuta partire per due settimane in Giappone e forse da un punto di vista puramente turistico, avrei visto più posti. Ma non avrei conosciuto tutte quelle persone che hanno impreziosito il mio viaggio e arricchito la mia persona.

Non avrei conosciuto Alina, che non parlava una parola di inglese e che sussurrava frasi a Google Translate e poi le ricopiava su dei post-it. Solo per poter comunicare con me.

Non avrei conosciuto Ken, che invece ha imparato oltre 10 lingue per poter praticare karate con atleti di tutto il mondo.

Non avrei conosciuto Mamiko, che con la sua dolcezza ineguagliabile imparava l’inglese per realizzare il suo sogno di viaggiare in Europa.

Non avrei conosciuto Kohei, che prima di andare a letto guardava film horror giapponesi. Così, tanto per dormire sonni tranquilli.

Non avrei conosciuto Emy e Liz, rispettivamente dall’Italia e dagli USA, che non superavano i 40 anni insieme e che, sfidando le regole imposte dalla società, hanno aspettato per iscriversi all’università e con una forza di volontà invidiabile sono partite in Giappone per imparare la lingua.

Non avrei conosciuto Minoru, a cui brillavano gli occhi ogni volta che parlava dei suoi viaggi in Italia, e Hide, che per perfezionare l’italiano, leggeva libri di Sciascia.

Non avrei conosciuto Stella, la mia coinquilina fotografa, che mi raccontava con entusiasmo dei suoi viaggi in Asia e dei suoi progetti.

Non avrei conosciuto Sarah, cinese naturalizzata canadese, che ha fatto di tutto per convincere la sua famiglia, ostile al Giappone, a lasciarla partire.

Non avrei conosciuto Saori, un’altra delle mie tante coinquiline che una sera mi ha mostrato con orgoglio e tenerezza come i giapponesi cucinano la pasta “Naporitan“: una pasta con burro, würstel, peperoni e funghi, ricoperta dal ketchup, che aggiunge quel tocco di mediterraneità…

Non avrei conosciuto Tono, insegnante di inglese che si dava sempre da fare per mostrare il meglio del Giappone agli stranieri. Come quando durante il Gion Matsuri ha stampato e distribuito volantini ai turisti per la città di Kyoto, tutto a sue spese.

Non avrei conosciuto così tante persone, ognuna delle quali a modo suo mi ha arricchita e mi ha fatto sciogliere il cuore. Allora io mi chiedo…avrei potuto vivere il Giappone in tanti modi, ma senza questi incontri cosa ne sarebbe stato?

DSCN2536
Cerimonia del té in una casa privata a Kyoto

tokyo izakaya

ultima sera a tokyo

 

p.s.: il giorno in cui sono andata via da Otsu, il cane sulla destra non ha più abbaiato. La signora pazza invece, quella sì, continuava a uscire di senno…!

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