Pesantezza e leggerezza a Hiroshima

Durante questi due mesi passati in Giappone, troppo spesso mi sono svegliata la mattina e ho letto sui giornali notizie di attentati: Istanbul, Dacca, Baghdad, Nizza, Kabul. Per non parlare di tutte le tragedie all’ordine del giorno, che non sono degne neanche di finire su un giornale.

Andando a Hiroshima ho avvertito un peso sullo stomaco. Si trattava della consapevolezza che la visita, anziché offrire una risposta alle mie inutili domande, avrebbe intensificato il dolore che mi porto dentro da un po’. Come quando ad esempio visiti un campo di concentramento e ti chiedi come mai l’uomo non è mai capace di imparare dai propri errori. 

Come mai la bomba atomica, oltre ad annientare vite umane e intere città, non è riuscita con la sua potenza distruttiva ad annientare anche la violenza umana?

A Hiroshima ho visitato il Museo della Pace. Non il museo della bomba atomica o della guerra, ma il Museo della Pace. L’Ala Est del museo, dedicata alla storia di Hiroshima prima dell’attacco e alla creazione della bomba, è attualmente chiusa per ristrutturazione. Mi sono dedicata quindi all’Edificio Principale, che mostra gli effetti della bomba atomica in tutta la loro crudezza: scarpe e divise di studenti brutalmente bruciate e strappate, bento box inceneriti, unghia e capelli, orologi fermi alle fatidiche 08.15. E poi quell’ombra sulla scalaUna persona che si era seduta forse per rilassarsi o per aspettare qualcuno, fu completamente travolta dallo scoppio, così che adesso a testimoniarne l’esistenza sulla Terra resta solo una macchia scura su quei gradini.

Anni dopo lo scoppio, quando si pensa che il peggio sia passato, si presentano i cosiddetti effetti postumi, ovvero malattie come cheloidi, leucemie, tumori. La piccola Satoko, per salvarsi dalla leucemia che l’aveva colpita in tenera età, aveva iniziato a fare innumerevoli gru di origami, raccolte oggi nel museo. Il suo voto non l’ha protetta dalla morte, ma oggi quelle gru sono il simbolo della lotta contro la malattia e contro l’uso delle armi nucleari.

Ho vagato all’interno del museo per qualche ora, osservando e ascoltando le testimonianze, con un malessere che mi ha impedito di scattare fotografie o prendere appunti. Il nome Hiroshima sarà sempre e indissolubilmente legato alla bomba atomica e probabilmente la città non riacquisterà più la prosperità che la caratterizzava prima della guerra. Hiroshima però mi ha dato speranza perché con umiltà e orgoglio si impegna per abolire l’uso delle armi nucleari, perché si impegna per un mondo migliore, perché conserva con cura e dedizione il ricordo.

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Genbaku Dome – Cupola della Bomba Atomica

 

La parte del titolo leggerezza si riferisce alla sensazione provata a Miyajima, posto meraviglioso a pochi kilometri da Hiroshima. Sono arrivata nel tardo pomeriggio, in tempo per godermi il tramonto in uno dei tre luoghi più scenici del Giappone (insieme a Matsushima e Amanohashidate) e sicuramente il tramonto più bello della mia vita. Credo convenga andarci due volte: una per scattare foto alle lente e miracolose fasi del tramonto e l’altra solo per goderselo.

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L’isola di Miyajima è minuscola, ma tutta da esplorare. E anche qui, come a Nara, i cervi sono dappertutto. Il tempio di Itsukushima è famoso per i festival della danza tradizionale Bugaku, a cui purtroppo non ho potuto assistere, e per i tifoni che ogni anno lasciano la loro traccia.

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Pesantezza e leggerezza mi hanno accompagnato durante il mio viaggio a Hiroshima. Un viaggio breve ma intenso, in un posto davvero unico al mondo.

 

 

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